COMUNE DI ROCCA DI PAPA / PROVINCIA DI ROMA
Fortezza
degli Annibaldi
Intervento di recupero e valorizzazione dell’area
archeologica
PROGETTO ESECUTIVO
Architetto Giancarlo Guzzardi
RELAZIONE TECNICA < PRIMA FASE >
Premessa
In seno alle iniziative per il rilancio e
la promozione del territorio, promosse
dall’Amministrazione Comunale, particolare rilievo
acquista il recupero dell’area archeologica della
Fortezza degli Annibaldi. La singolare ubicazione
del sito, topograficamente dominante l’abitato e,
panoramicamente, la vasta pianura su cui a nord si
estende
la
Capitale,
ne fa una meta abituale di turismo, spontaneo ed
organizzato. Al suo recupero, si lega strettamente il
piano di riqualificazione di un contesto
urbanistico/paesistico quale quello dei Campi
d’Annibale, in cui esso viene ad inserirsi.
L’attenzione, forte, con cui si guarda ai
resti dell’antica fortezza medioevale, trova sostanza
nella triplice valenza espressa dal loro recupero:
·
culturale,
implicita nel riacquisire un complesso archeologico di
sicura rilevanza, segno profondo di vicende storiche,
alle radici della realtà attuale;
·
turistica,
evidentemente accresciuta dalla possibilità di
coniugare ad un’incomparabile panorama, la possibilità
di visita e di godimento d’un area
archeologico/monumentale, adeguatamente predisposta
all’uopo;
·
ambientale,
derivante dalla bonifica e dalla riqualificazione di
un’area, punto focale di un vasto comprensorio.
Cenni
d’inquadramento storico-topografico
Addossato da NO al recinto delle Faete, l’abitato di
Rocca di Papa culmina, alle pendici del Monte Cavo,
con uno sperone di roccia lavica che chiude a
settentrione l’altopiano dei Campi d’Annibale – la
caldera del recinto vulcanico – dominandolo nei valori
di quota.
La configurazione orografica di questa
formazione naturale, contraddistinta da contorni netti
rispetto all’area circostante, da fianchi precipiti e
sommità pianeggiante (superficie di ca. m2
4000), nonché la posizione panoramicamente eminente da
SO a SE, ne fanno luogo d’elezione per istallazioni a
carattere difensivo, abitative o militari.
L’odierna toponomastica, a conferma di ciò, vi
localizza una fortezza, un impianto fortificato
medioevale di tipo militare.
Una preliminare ricognizione delle notizie storiche in
merito a tale presenza, riporta indizi circa la sua
esistenza al XV secolo, riconoscendo un riferimento ad
essa nell’atto di vendita di Rocca di Papa a favore
dei Colonna da parte degli Annibaldi: anno 1425. (G.Tomassetti,
La
Campagna Romana
antica, medievale e moderna,
IV La Via Latina,
Firenze1979)
Antica famiglia romana gli Annibaldi, originaria
dell’area castellana compresa tra Rocca Priora e Rocca
di Papa, tenne qui, nel Castello della Molara, il
centro del proprio feudo che controllava
strategicamente il percorso della Via Latina e che si
estendeva sino alla fascia costiera con numerosi
possedimenti, sino ai confini meridionali dello Stato
della Chiesa (Circeo). La metà del secolo XIII segna
il momento più alto della vicenda politica di questa
casata, favorita dai legami d’amicizia che la legarono
a Papa Innocenzo IV (1243-1254) e Carlo I d’Angiò
(1220-1285) e dal conseguente incremento territoriale
del feudo.
La parabola discendente si avvia, nel XIV
secolo, concludendosi alla metà di quello successivo,
quando gli Annibaldi scompaiono definitivamente dalla
vita pubblica e dalla scena politica, il Castello
della Molara è in rovina e, come si è visto poco
sopra, gli antichi possedimenti sono alienati a favore
di altre baronie.
La
fortezza di Rocca di Papa, dunque rientra nel sistema
di controllo e difesa del dominatus degli
Annibaldi. Con il beneficio del dubbio, è plausibile
collocarne l’origine, al più tardi, tra la fine del
XII e gli inizi del XIII secolo.
Alla metà del XVI secolo se ne ascrive la
demolizione, voluta dal Pontefice Paolo III Farnese
(1533-1549). L’episodio si inserisce in una fase
storica che vede la politica papale intesa alla
riorganizzazione dello Stato della Chiesa, mediante la
creazione di alcune entità territoriali autonome entro
i suoi confini, erette a ducati e frutto di
ridistribuzione, spesso forzata, degli equilibri di
potere tra le famiglie baronali. Nel 1556 Paolo IV
Carafa crea il Ducato di Paliano, affidandolo al
nipote Giovanni, con i territori confiscati ai Colonna
in Campagna (parte della provincia Campagna e
Marittima, corrispondente approssimativamente al
Lazio centro meridionale) comprendendovi pertanto
anche Rocca di Papa. Il successore, Pio IV Medici
(1559/1565), trasferendo ai Colonna la potestà sul
Ducato restituirà di fatto quanto sottratto a quella
famiglia (A. Sennis, Un territorio da ricomporre:
il Lazio tra i secoli IV e XIV; G. Pizzorusso,
Una regione virtuale: il Lazio da Martino V a Pio VI
in: Atlante storico-politico del Lazio, Bari 1996).La
vicenda della fortezza, dalla sua demolizione, parla
di un costante ed a tratti virulento processo di
spoglio spinto, con maggiore o minore intensità, sino
ai nostri giorni. Tomassetti, nel testo citato,
riporta notizia di atti pubblici, riguardanti
richieste di sfruttamento dell’impianto come
cava di
materiali da costruzione, risalenti a tutto il secolo
XVIII, sino a giungere alla fine di quello successivo
in cui, un arbitrario atto amministrativo del Comune
di Rocca di Papa alienava l’intera area della fortezza
in favore d’un costruttore edile. Gli sciagurati esiti
di quella vicenda furono scongiurati per l’opposizione
della famiglia Colonna, ancora proprietaria - dopo
quattrocento anni – dell’antica fortezza.
Da allora sono trascorsi circa 120 anni,
nel corso dei quali il degrado fisico della struttura
ha proseguito il suo cammino, pressochè indisturbato.
In appoggio ad esso, a renderne ancor più
deleteri gli effetti, si è innescato un processo di
perdita d’identità del monumento, i cui resti ancora
visibili sono ormai parte d’una realtà ambientale
priva di senso storico, in cui la natura, la funzione,
il significato e la vicenda dell’antico impianto,
riaffiorano in confusi e contraddittori brandelli
d’una “fantasia storica” popolare.
Articolazione
dell’intervento (prima fase)
Il complesso fortificato, per
quanto ora visibile, si direbbe esteso a comprendere
l’intera superficie dell’altura. Esso si articola in
due componenti principali: l’edificio vero e proprio e
ciò che si direbbe la cinta difensiva; il primo occupa
la zona più alta del colle, lungo il cui perimetro si
sviluppa la seconda. Allo stato, non è dato sapere se,
nell’area attualmente libera, tra l’edificio e la
cinta potessero esservi, o meno, altre strutture
permanenti, approntamenti mobili et similia.
I
resti dell’edificio ne evidenziano un assetto
planimetrico piuttosto articolato e caratterizzato da
consistenti variazioni di quota tra gli ambienti – in
parte sotterranei – raccordati da scale ed anche
strutturalmente sovrapposti. Una prima lettura
superficiale delle murature e delle componenti
strutturali, già restituisce l’immagine d’una vicenda
architettonica sicuramente ricca. I valori
dimensionali dell’edificio appaiono, per il momento,
relativamente contenuti, tuttavia non mancano volumi
di una certa consistenza (si veda il vano voltato,
lato S/E).
I dati riportati consentono senz’altro di
valutare l’importanza dell’impianto, ma non l’entità
dei lavori necessari a completarne l’indagine: mancano
elementi circa l’effettiva consistenza e la qualità
dell’interro; della cinta difensiva si
intravedono
indizi; nulla emerge, come s’è detto nell’estensione
di terreno tra edificio e cinta; su i fianchi
dell’altura, coperti di vegetazione, è attestata la
presenza di corpi in muratura; non si è in grado di
definire l’effettiva estensione dell’edificio.
Ciò detto, appare opportuno programmare questa prima
fase dell’indagine con una serie di interventi
tipologicamente e metodologicamente differenziati che,
da un lato consentano di riconoscere seppure
indicativamente la consistenza ed il tipo di sedimento
presente nell’area; dall’altro, di localizzare la
presenza di elementi strutturali che forniscano dati
sull’estensione della superficie archeologica
restituendone una prima perimetrazione. Su tale base,
si potrà quindi procedere a dimensionare correttamente
lo sviluppo successivo dell’indagine.
Questa fase d’intervento consisterà pertanto in:
·
allestimento cantiere:
approntamento infrastrutture e misure di protezione e
sicurezza dell’intera area;
·
saggi di scavo archeologico:
margini dell’altura , lato N/O e S/E; messa in
evidenza degli affioramenti della cinta difensiva;
·
saggi di scavo stratigrafico:
saggi di approfondimento in corrispondenza di porzioni
di murature affioranti e delle due cosiddette
cisterne, finalizzato alla lettura delle sequenze del
sedimento, alla perimetrazione ed ai rapporti
planimetrici dell’edificio, per una più puntuale
programmazione dell’ampliamento dell’indagine ed della
definizione delle misure da adottarsi per il
consolidamento ed il restauro;
·
scavo stratigrafico:
indagine esaustiva in corrispondenza dei vani messi in
evidenza dalla pulitura, per la lettura delle sequenze
del sedimento e delle loro caratteristiche,
finalizzata alla programmazione dell’ampliamento
dell’indagine ed alla definizione delle misure da
adottarsi per il consolidamento ed il restauro.
In
aggiunta alle attività di carattere archeologico se ne
devono considerare altre, relative alle esigenze di
conservazione delle emergenze messe in luce:
·
preconsolidamento:
interventi circoscritti a particolari situazioni in
cui si ravvisi pericolo immediato per la conservazione
dei manufatti, mediante il ricorso ad interventi
temporanei, rimovibili in fase di restauro definitivo;
·
protezione temporanea:
opere provvisionali e forniture atte a garantire la
statica delle strutture messe in luce e la loro
protezione dal degrado in attesa del definitivo
consolidamento e restauro.
Giancarlo
Guzzardi
Marzio Lucente
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